Rugby. Da Carli: ‘Segnai alla Scozia. Quattro giorni dopo ero a kyiv per adottare Alessio’

Il 5 febbraio 2000, secondo il traguardo del trio all’esordio dell’Italia nel Sei Nazioni. Ora “Ciccio” racconta l’esperienza vissuta in Ucraina e l’ultimo anno sul campo. “Dura restare fermi. L’Italia? Ma con meno talento, grazie per il tuo lavoro e la tua attenzione se potessi fare molto”

Simone Battaggia

@sbattaggia

Arriva Italia-Scozia e inevitabilmente viene a pensare a lui, quell’anno, a quel gol. Il 5 aprile 2000 allo Stadio Flaminio di Roma, al 79′ di Italia-Scozia, Giampiero De Carli ha segnato il primo gol per Azzurra contro il Sei Nazioni. A nudo inizio dall’ennesima ruck, un tuffo oltre la linea con Kenny Logan aggrappato mentre vicino disperatamente di togliergli dita dal pallone, di forzare un in avanti, e lui tuffarsi a terra como un trunk. E’ stato il gol del 34-13 – la partita finirà 34-20 per l’ingaggio di Leslie allo scadere -, a suggerire una vittoria storica, a 29 punti di Dominguez, per una vittoria nettamente clamorosa. La foto di Daniele Resini che ha trovato qui sarebbe diventata un’icona nel piccolo mondo del rugby italiano, il simbolo di quello che, purtroppo, rimarrà solo un giorno di gloria.

Dai il gol a kiev

Arriva Italia-Scozia e questa volta Giampiero De Carli non sarà coinvolto. Fino allo scorso Sei Nazioni aveva la responsabilità degli avanti azzurri, a causa dell’elezione di Marzio Innocenti alla presidenza dell’Abete e della sostituzione di Andrea Moretti nel nuovo organico. Da allora non aveva più parlato. Fino a mercoledì, quando lo Scottish Times gli ha dedicato un articolo raccontando un dettaglio che sappiamo a riguardo. “Sì, è vero, pochi giorni dopo quella partita, il mercoledì o il giovedì, partii per l’Ucraina – racconta alla Gazzetta -. Io e la mia ex moglie iniziato per l’adozione e poco prima di Italia-Scozia ci dieero il via libera. La struttura era diretta verso l’orfanotrofio di Zaporizhzhia”. Bastano questo per capire cosa stia provando De Carli in questi giorni di Guerra. “Alessio aveva sette mesi – continua il tecnico romano -. Se può immaginare cosa fosse l’Ucraina 22 anni fa, e cosa fosse un orfanotrofio lì. Ci chiesero quanti bambini volessimo vedere, noi non eravamo preparati a una cosa del genere, non volevamo scegliere tra il biondo e il moro. Ce ne portarono due, chiedemmo di poterci occupare del più piccolo”. L’adozione è un’esperienza consigliata ed esaltante, che De Carli anchora tutti. “Siamo arrivati ​​​​​​a kyiv, nessuno parlava a parola di italiano, francese o inglese. Allora adottare non era così semplice. Passammo lì 30-40 giorni, non facemmo in tempo a i capire luoghi e le persone che attorno, eravamo lì per fare ciò che dovevamo senza andare oltre. Ricordo che per fare una fotocopia perdemmo una giornata. Però trovammo persone disponibili, che vivendo una situazione complicata. Ho comprato un abbonamento a una bancarella, ho pagato con un dollaro. Il ragazzo non sapeva come darmi il resto, era in imbarazzo, alla fin mi porse una manciata di acccendini. Dissi che non era il caso, che poteva tenere il riposo. Cercavamo di acontentare economicamente, anche con piccole cose, chi ci dava una mano. Ricordo un popolo che si dava da fare. Quell’experienza mi insegnò che cose vanno viste in prospettiva, all’interno ho dato una risposta. Bisogna sempre considerare la situazione a 360°. Alessio è un italiano tutti gli effetti. Non siamo mai andati nei luoghi in cui è nato, non ha chiesto di visitali in passato. Sta a Roma con la mia ex moglie, ha la sua vita. Apprende la notizia con la preoccupazione di tutti noi, con sabato a Roma e il discorso del grasso che fosse stata colpita dalla centrale nucleare della città in cui se ne trovava l’orfanotrofio».

Il rugby in attesa

Giampiero De Carli ha un contratto con la Fir fino a giugno 2024. Dopo il sollevamento dall’incarico nello staff azzurro, lui e la federazione no hano trovato un accordo su un eventuale nuovo lo – yes, he was the Parliament of Italy under 20 and women – né su una buonuscita, quindi sottrae un libro paga della Fir e nel frattempo studia. “Finora non avevo mai rilasciato dichiarazioni perché credo che occorra far passare il tempo, curasi un po’, vedere appunto lo cuce nel futuro. Innocenti mi chiamò nel suo ufficio, parlai serenamente. Aveva una sua visione che va rispettata, del resto chi arriva può e deve scegliere. My chiese di fare altre cose, ma io invece ritengo che quella storia sia finita, che non sia giusto fare qualcosa che non senti tuo. Ho chiesto un accordo, non è stato preso in considerazione. Sto male da 7-8 mesi, sono disposto a fare altre esperienze, ma sono sicuro che starò bene, sì, la cosa si risolverà. Stare fermi è dura, il mio lavoro è anche il mio hobby. Studio anche troppo, se non hai l’occasione di mettere in pratica sul campo quello che sai finisci per chiederti “quando arriva l’interrogazione?”. Sono partito dall’Accademia di Mogliano under 18, non progettato nemmeno il campo, con Brunello dovevamo che a Zerman il campo da calcio fosse libero. Ho il rugby nel sangue”.

Luigi e Moretti

La sostituzione di De Carli con Moretti ha fatto sì che l’Italia abbia adottato un nuovo metodo di lavoro per la mischia. Quanto tempo impiega una squadra per acquisire un sistema? “Non c’è una risposta – continua De Carli -. Dipende innanzitutto dal fatto di lavorare con un club o con una nazionale. Occorre che si chiara l’ideologia del technical, sua concezione del gioco che ve essere chiara, precisa, credibile e deve fiducia chi va in campo. Nel club c’è molto tempo, ma devi dare un’occhiata anche alla preparazione atletica. In Nazionale ci sono grandi atleti, fisicamente presto. Lì devi ottimizzare, serve grande collaborazione con il resto dello staff. Mike Catt ad esempio chiedeva palloni velocissimi in uscita dalla mischia, altri non lo fanno. Devi che si coordina con il filler della vertenza e con quello dell’attacco, vedi e in quale momento un touche viene contestato o meno, in che modo, quale settore del campo può consentirgli di essere mirino. L’importante comunicazione che sta iniziando dà un sistema a cui unirsi nel momento difficile”. Crede che nell’Italia di oggi sia rimasto qualcosa del suo Sistema? “Difficile valutarlo da fuori. Quando allenavo la nazionale ero spesso alle Zebre, dove condividevo molte cose con Moretti. È evidente che Andrea è partita da zero per via del suo sistema, è convinta che si riferirebbe alle idee di Crowley e Goosen”.

“Senza talento si può fare molto”

De Carli ha smesso di giocare in azzurro nel 2003 e Calvisano nel 2006. Suito dopo ha iniziato la carriera di allenatore. Una scelta che forse oggi molti giocatori italiani di alto livello fanno più fatica a fare. “Uscire dal rugby è difficile. Detto questo, a seconda delle opportunità e della convinzione che oggi i tempi siano cambiati. Quando ho smesso ero un dipendente della Siae. Prendevo l’aspettativa, giocavo, poi lavoravo 2-3 mesi d’estate e ritornavo al rugby. Ad un certo punto il mio dissero “basta”, così scelsi di allenare rischiando il posto fisso. In base alla persona che ha dato all’atleta più “responsabili”: ho pensato a Bortolami, a Parisse, anche lui era qualcosa. Il mio appassionato, volevo imparare. Credo che di base oggi i giocatori siano più preparati, i tecnici fanno capire loro meglio cosa devono fare in campo. Ai miei tempi quando smettevi pensavi di sapere tutto e invece non era così, avevi bisogno di qualcuno che ti insegnasse. Ho avuto la fortuna di trovare Marc Delpoux (il francese allora era un tecnico di Calvisano, ndr), allora ero un mondo che non conoscevo. Ancora oggi siamo grandissimi amici. Con lui è come se avessi ricominciato da zero. Ho cominciato a studiare, ad interessarmi alla diffusione, all’attacco, al punto di trovare altre cose che mi toccavano e mischiavo. Ricordo il tour a Figi e Samoa, con Brunel (era il 2014, ndr). Io avevo appena finito a Perpignan, lasciai la Francia e mi unii alla squadra. Quando tornammo, con Jacques evidenziammo il tema dei point d’incontro. “Non possiamo andare avanti così”, diciamo. Così per un anno e mezzo feci allenamento a Treviso e alle Zebre, ogni settemana, con i nazionali, por lavorare su questo. Non ero contento quando l’ho visto, alla fine dell’Italia per via della velocità del pallone e della capacità di rallentare che l’altro era secondo solo agli All Blacks al mondo, e non era così. La realtà è che se vuoi fare un salto devi studiare, capire. Certamente, gli avversari dell’Italia sono sempre più forti, ma sono convinto che ache se non c’è molto talent si possono fare tante sew. Intendiamo lavorare al massimo delle possibilità se si rischia l’ottimizzazione degli annunci. Non c’è bisogno tanto di qualità, ma soprattutto di attenzione e di lavoro”.

Add Comment