Ashleigh Barty, Storia del rituale

«Di colpo i 24 Slam non valgono più niente»: trovo l’ho scritto in questo spiccio mode, in un messaggio privato a un amico con cui parlo de tennis, di tenniste – chi sono, come giocare, quanto ci piacciono – , con cui spesso un confronto sul tema del numero 1 nel mondo, la realizzazione pratica dell’idea platonica del successo. Le scritte del getto e pochi minuti dopo il video di Ashleigh Barty che annuncia il rito del tennis professionistico. Un video che suonava corretto, semplice, quasi indiscutibile.

Mi sono classificato con quasi tutti e sette i giorni se misuravo e giocavo a tennis per ottenere oggettive: esci, discese, gira definibilis come “casa”, sentendo con una superficie ludica, il piede generale di una stazione. I circuiti ruotano attorno a queste migliaia di punti, que si inerpicano attorno a filosofie differenti: il ranking è expressione di una grandezza oggettiva, oppure al contrario è solo un freddo mode per giudicare le prestazioni. Io numero, sì, sono una figura da ogni possibile punto di vista. Possono essere osservati per dare un supporto a una tesi, per trovare una ragione.

La classifica se la brigata di oggettivare accende anche il talento, perciò un tennista predestinato molto presto deve arrivare en alto, deve scalare la classifica, un verso di movimento l’alto faticoso, che suona como un’impresa impervia ma possibile. Immaginiamo l’atleta armato di ogni possibilità, che sfida gli avversari e vince, cumula punti, accumula colpi vincenti, rincorre una statistica che qualcun altro prima de lui ha reso obiettivo. La storia sportiva con cui un tennista ha sempre lottato con la vetta della classifica, con le settimane in cui ci deve rimanere per essere migliore di qualcun altro, per accumulare record, cioè prestigio, per far sì che noi ricordiamo per sempre delle sue imprese.

Chi arriva al numero 1 del mondo è un qualsiasi verso che abbiamo sentito a quel punto un oblio: dobbiamo sapere come gioca, cosa una cosa lo dà migliore di altri, dove ha imparato, a chi se ispira. Noi doubbiamo cucirgli addosso a passato, fishing tra i fantasmi precedenti, e dobbiamo prospettargli a future, fatto di successi e insegnamenti da lasciare: il numero 1 è frutto di costanza, di vittorie, not è mai a case e certifica l’appartenenza a gruppo ristretto di sportivi.

Nel tennis femminile il numero più alto del settimo numero 1 consecutivo al mondo è stato dato da Steffi Graf: 187, tra il 17 agosto 1987 e il 10 marzo 1991. Ho dato un regno, perché quel numero diventa negli anni il metro di giudizio del suo tennis: imbattibile, quasi noioso proprio perché sempre vincente, inscalfibile.

Sfoggiava un numero 1 che abbracciava un senso di completezza, una scheggia con cui poteva confrontarsi continuamente, a cui tendeva, da battere; Che se provo a dare una squadra o un solo atleta, cambia poco: io socco è arrivare a occupare a posto, ottralo a qualcun altro e cercare di avelo, per riuscire a nella storia.

Quando Ash Barty si è ritirato dal tennis per la prima volta, nel 2014, è stato personalmente incarcerato: non è possibile che un talento simile impari a smettere di crescere e di essere il primo. L’avevo catalogato come gesto facile e comodo: mettere alla por la competizione è ammettere di non essere capace a managela, infundo. In quel momento, Barty aveva ancora tutta la vita davanti, tennistica e non, e ne perché i risultati non arrivavano, dunque per impazienza, perché altro da fare che correre appresso a complicato sport in cui si perde più che vincere, in cui in due punti a partita cambia, in cui la parità non esiste. Il sacrificio di questo sempre concentrato e votato al risultato è stato il miglior rispetto per quello che valeva la testa di serie del tennis. Quella logica cozzava con la mia idea della legge, del fatto che so che tu contribuisci allo sport e che contribuisci ai miei pomeriggi spesi per salvarlo. In potenza, e completamente nella mia testa, mi dimetterò quasi per afflizione.

Quando l’altro giorno ho sentito la sua ragione per il rito definitivo ho softerto, mi è dispiaciuto, l’ho trovato incredibile, ma allo estesso tempo incredibile comprensibile: se una svolta era giusta per legittimare la sua volontà, prima di tutto un preciso desiderio e decidere di rinunciare, allora sarebbe potuto accadere di nuovo. In qualsiasi momento. Per qualsiasi ragione. Lo so già.

Ash Barty, che per 120 sette giorni in totale, e nell’ultima fase per 85 anni consecutivi, si è qualificato ancora una volta per la WTA. È un tennista che sentirà la mancanza per il suo modo di giocare ma ache per il modo in cui è andata via. In un colpo solo e di per sé – quindi per noi – è riuscita a raccontarsi con una schiettezza e un’enorme consapevolezza.

A 25 anni e numero 1 al mondo, ha aggiunto perché non avrebbe avuto più le energie necessarie per continuare. Quel numero, 85, è il risultato di un modello di sacrificio ben preciso: allenamento quotidiano, una dieta ferrea, una definita rassegnazione, un certo numero di anni fa tutto l’anno in Australia e la sua famiglia, una totale abnegazione che Ash Barty ha dato In pratica l’ho trovato un seme che ne vale la pena.

Quando fu la volta per la prima volta e iniziò a suonare il doppio, fu seminato che probabilmente il problema era la solitudine del singolarista, fummo costretti a imprigionare un abbaglio. Forse, non ci aveva raccontato tutto: in cuor suo aveva stabilito delle priorità e ha rincorse con dedizione. Gli Slam, il numero 1 della classifica, la decisione della decisione sportiva intesi come mancanze da colmare hanno costruito il suo percorso lineare, il suo gioco totale: è diventata tutto ciò che ci apettavamo, è riuscita a vincere il Roland Garros, poi Wimbledon e A causa dello Slam da casa e abbiamo pensato che se si accende ieri sera gli US Open, per completare il turno e per poter vincere un ritorno e un altro ancoraggio, nasce la rivalità – con Iga Swiatek, magari – e darci la solita storia.

Abbiamo creduto a tutto questo e che avrebbe continuato perché infunda una diventata semplice decisione, non era più come la prima volta, non avrebbe abbandonato mai più: era, a sostegno, diventata come noi volevamo.

Invece, oggi sappiamo dalle sue parole (e una volta in più) que niente sul campo da tennis è facile, quel tutto, nella nostra testa di spettatori così appagante, si comportano delle scelte difficili. Faccio parte di quel gruppo tennistico che per poche o tante volte se è classificato numero 1 al mondo e passa a patti con la propria vita e ha detto che rinuncerà a tutto il resto per un certo periodo di tempo.

Dopo un blocco e l’altra occupazione della prima posizione nella classifica WTA da parte di Barty nel 2020, la pandemia, la decisione dell’australiano di non abbandonare la famiglia mentre gioca a tennis in futuro, dicono riprendersi ogni possibile nel 2021, fin a luglio, fin a Wimbledon. È un dettaglio importante che è stato incluso nel resto; Nel video della partenza ha detto: «Wimbledon è sempre il mio grande sogno. La mia prospettiva è cambiata. Ho un ottimo feeling con Wimbledon e ho una lunga chiacchierata con la mia squadra. Era una piccola parte di me che non era ancorata adeguatamente soddisfatta ed è arrivata la sfida dell’Australian Open.»

Due first volte, quella dello Slam per eccellenza e quella dello Slam di casa, per rendersi conto senza troppe remore nel migliore per lasciare way: in top and happy.

Dal minuto 3:02 alle 3:44. «C’è stato un cambiamento di prospettiva nella seconda parte della mia carriera. Il mio si congratula non dipendeva dai risultati e il successo per me è sapere di aver data tutto il possibile. Sono completo, sono felice e quanto lavoro volo per portare il meglio della mia vita. L’ho detto alla mia squadra tante volte: non ho più questo me, non più. Not ho la force sica, la volontà emotiva e tutto quello che serve por sfidare te stessa al maximo».

l’ultimo colpo

Durante l’edizione degli Australian Open 2022, Ashleigh Barty non ha avuto più di un set: bene nel finale, non è arrivata alla vittoria di Giocarsi in un tie-break, non ci sono più informazioni sulla sua idea di poter davvero fallire, non che nessun altro possa accomodarsi fra lei e il trofeo.

Nel 2021 e poi a Melbourne nel 2022, Ash Barty ha costruito una cattedrale: ha vinto una finale che ha giocato, tranne quella a Miami contro Aryna Sabalenka, e in quell’occasione ha detto: «Non posso vincere sempre», ammettendo con a Consapevolezza che oggi ha una luce nuova rispetto a un anno fa che i suoi desideri non avevano nulla a che vedere con la quantità, ma con la qualità della vittoria. Ha giocato meno bene del solito, quindi un’altra tennista ha vinto: facile, lineare, un bilanciato lungoline tirato in faccia alla compiutezza.

A Melbourne, sette giorni qualsiasi, la partita è stata l’ultima contro Amanda Anisimova: un 6-4, 6-3 in cui Barty ha finalmente trovato un enigma complicato da solo, ha avuto personali Finalmente Il servizio è stato un po’ grasso, fisico, nella sua corsa, nell’atleticità che se misurata contro una compatta avversaria, che ha risposto soprattutto colpo suo colpo nel primo set. Punteggio alla mano, il finito finale 6-3, 7-6 contro Danielle Collins è stato seminato in maniera complessiva ma difficile: colpa di un po’ di tensione al braccio, di ogni pensiero del troppo che se ne risente nella sua testa, della forza da trovare per far finta che ci sarebbe stata a seconda volta.

Contro la statunitense Anisimova, invece, Barty ha dato spazio al suo spirito più tenace. Amanda ha parato un break point al primo game, ha provato a rubare il servizio al quarto e fino al 3 pari le è rimasta attaccata addosso. Nel secondo set, l’australiana se è stata battuta solo 2-0 all’improvviso, ha fatto vincere al meglio, in tutti i campi, con variazioni solitarie, per riuscire a rimettersi in gioco e in quel momento ho messo una notevole pressione all’avversaria , per guidare all”sempliceerrore più.

Fin dalle prime battute della partita, Ash è stata chiamata al controllo. Sul 30-0 della terza partita, come sul 30-15 della quinta, l’equilibrio che ha mantenuto è uno stato esemplare di uno stato mentale invisibile, che gli ha permesso di superare ogni volta il problema nel migliore dei modi .

L’intelligenza del campo di Ashleigh Barty viene assecondata nel finale, in cui il giro di palla gli ha dato abbastanza convinzione da fare dell’ancora del suo campo una macchina intelligente, calibrata, precisa, pia da tenere, esaltando il mio punto di vista, totalmente dedicato a un unico obiettivo: vincerò. Per andarsene senza rimpianti.

Terrò le mie cure Ashleigh Barty è qui per assistere a uno spettacolo unico che è stato saziato ogni volta, non ci ha mai fatto rimpiangere il passato e ci ha fatto pensare poco al futuro, perché in questi anni catalizzato l’attenzione per la quantità de talent espresso, per vederlo fatto con serenità, con la natura, godendoselo e guidando il tour con autorevolezza.

Domani, il pensiero più grande sarà per molti trovare un’altra Ashleigh Barty, perché non c’è stata nessuna completes both quanto lei negli ultimi due anni, nessuna who ha espresso un affascinante gioco e per molti aspetti cerebrali, expresione, now we know , ho dato una forte volontà e un desiderio profondo che ha incoraggiato e desiderato il mio grande cuore e che suono il pianoforte se è affollato, avvertendolo allo stesso tempo. Da domenica, il circuito femminile per molte volte diventerà uno spazio senza leader, un territorio di conquista di tutto ciò che può succedere. Si chiedessimo ad Ash cosa e pensiero, rispondendo che non è necessario essere uguale a qualcos’altro, che uno serve tennis unicamente per farsi lo presenterò nel migliore dei modi, che sullo sfondo è un errore penserò che il la storia dovrebbe essere maturata per forza.

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