«IL VOLO DELL’AIRONE»: VITTORIO ADORNI SI RACCONTA

«Airone è un soprannome che è la mia morte e primo massaggiatori, dicendo che al pappagallo Ricordavo Coppi: è piaciuto ed è finito in copertina», racconta Vittorio Adornispiando il titolo della sua biografia Il volo dell’Airone, realizzato con Alessandro Freschi. Così alle sue tante vite (ciclista, imprenditore, conduttore televisivo, dirigente di alto rango, responsabile marketing e testata giornalistica), alla soglia degli 85 anni L’ex-campione aggiunge anche quella di scrittore, rivelata in uno dei luoghi di culto della sua Parma, l’ex sede della Barilla, oggi trasformata in Academia, laddove tutto è iniziato: «Ero dipendente, cugino andrò a lavoro sul mio allenavo. Tanto tempo fa e la mia presentazione in ritardo, nel cortile c’era solo il cavalier Pietro Barilla che, vedendomi, la mia cosa preferita si facessi lì in bici: so che ero unrunnere, my disse di prendermi tutto il tempo di cui avevo bisogno preparare mi alle corse».

Fu quella la svolta di una longa e bella storia raccontata per episodi e aneddoti nelle 256 pagine del libro (Kriss editore, 22 euro), un modo di rivivere giornate più o meno memorabili e di ritrovar personaggi significativi, dai fuoriclasse ai gregari. Questi sono anchor tutti lì sugli spalti dell’Auditorio Parmense come quando il capitano chiamava in corsa: ci sono Armani, Casalini, Gualazzini, Partesotti e Grazioli, ci sono altri ex come Torelli, c’è Mario Salvarani a simboleggiare un’altra grande era della bici E c’è anche, in video, Amina Lanaya, segretaria generale dell’Uci, con un affettuoso messaggio invitato da Daniela Isetti, consigliera del direttivo mondiale: «Amina ha cominciato con me, quando Verbruggen ha creduto nella mia idea di cambiare ciclismo , dando vita a quell’organizzatore che vedete oggi”, rivela Adorni.

Ma è soprattutto del ciclismo ha dato una svolta che se parlo e parlo il libro, il Favoloso degli anni Sessanta in bicicletta: con Gimondi e Merckx, con Poulidor e Anquetil, con Van Looy e Motta, con tutti quei nomi leggendari che la gente ama «perché li vedeva da febbraio a ottobre e davanti a darsi battaglia c’erano sempre loro». Un ciclismo visto in modo diverso, “perché eravamo una famiglia per strada, ci conoscevamo sempre e passavamo molto tempo assieme per una corsa e l’altra: chi l’ha vissuto, se l’è goduto” , dice Adorni, che nella sua biografia ripercorre tutte le tappe e gli incontri della sua carriera e ache della sua seconda vita, quella giù dalla bici. Dove si è confermato «vent’anni avanti su tutti», come sostiene Freschi, continuando ad essere un successo, con tanti ricordi non solo da mostrare attraverso la fotografia, ma da raccontare per incritto. E infatti li ha scritti.

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