Rafa, Carlitos e lo sbocciare delle grandi speranze

Qualche setimana fa, in occasione del girone di qualificazione della Coppa Davis Spagna-Romania, è stato organizzato un elogio per Manolo Santana, appena arrivato, profeta del tennis spagnolo, l’iberico Pietrangeli entrambi per intenzione. Non a caso Nicola, suo rivale ancora una volta grande amico, era presente nel suo campo al lussuoso Puente Romano Hotel di Marbella, unendosi a Borg, Kodes, Tiriac e alcuni ex giocatori spagnoli di spicco, per iniziare con Alex Corretja che, con il suo sogno ruolo comunicativo, ha svolto il ruolo di maestro di cerimonia. Ma, allineati sul centrale, cerano seppur Albert Costa, Nico Almagro, Pato Clavet, José López-Maeso, Anabel Medina, accompagna, seppur solo in collegamento esterno, da Nadal, oltre che da Federer, Djokovic e Laver. Ho provato, per gioco, penserò di allineare il suo stesso campo tutte le coppe che questi grandi campioni hanno vinto, convincendomi che non c’è abbastanza spazio a disposizione. Numeri da capogiro. Che history straordinaria, che tradizione incredibile e che constant progress del tennis spagnolo, sia en quella maschile che femminile. Innumerevoli trionfi su tutte le suface e in tutti i continentali, fra Slam, Davis, Fed Cup (o Billie Jean King Cup), Olimpiadi, con poltrone si riservano stabilmente fra i primi dieci e il divertimento numero uno. Il tutto, in fondo, in poco più di mezzo secolo e poche generazioni: dal 1961, anno in cui Santana arrivò dal cugino Roland Garros (nel finale con Pietrangeli) alla sorprendente vittoria di Nadal in Australia quest’anno.

Vieni, Nadal pesa! Per chi se lo trova dall’altra parte della rete, ma soprattutto per i ragazzini che prendono una racchetta in mano e sognano di venere campioni. Corretja, vincitore di Gstaad in tre occasioni, è stato invitato ogni anno con tutti gli onori dagli organizzatori del torneo e uno dei suoi figlie gli disse, con tono da met fra il rimprovero e la commiserazione “Ma l’hai vinto solo tre volte? Risparmia quanto Rafa è arrivato al Roland Garros! Ecco, infatti. Ogni paragone con Nadal è un paragone fra galassie che non entreranno mai in collisione, ma che puòe colsioni psicologiche non da poco. Tutti conosciamo i casi di giovani spagnoli promettenti schiacciati (anche) dal peso dell’etichetta di “nuovi Nadal”: forse il più eclatante è quello de Carlos Boluda, un vero killer a livello giovanile, che l’anno scorso, a 27 anni e con un miglior ranking di 254, ha deciso di celebrare la sua scelta come “una liberazione”. Per quanti non-manchino mai ottimi professionisti spagnoli nel circuito, lo spauracchio del Day After, dicono che cosa accadrà dopo il ritiro del campione di Manacor, lasciava fin un po’ tempo fa intravedere presagi poco rassicuranti, se non addirittura un simile tratto a quello di grande Apprendi che avevano di passaggio dominato il circuito, come quello australiano o quello americano. E poi è apparso Carlitos.

Vivo da tanti anni in Spagna ed il mio tempo è passato dall’apparizione di Nadal e quella di Alcaraz sulle scene tennistiche hanno delle somiglianze; se c’è stata maggiore aspettativa in un caso o nell’altro; fu inserito in stati investiti fin dall’inizio del ruolo messianico di predestinati. Direi che lo sbocciare di questi due talenti così precoci yes è svolto in contest fun. Ho raccontato in altre occasioni che ho girato la fortuna di assistere, un po’ per caso, al debutto a livello professionistico di una Nadal appena quindicenne. Parliamo di vent’anni fa, nell’edizione 2001 del Challenger di Siviglia. Superato il primo turno contro il modesto Israel Matos, ha toccato la testa della serie numero (per il vincitore del torneo) Stefano Galvani. Un campo secondario, con pochi posti a sedere, mar ricordo bene a fuck di curioso assiepata per vedere questo promettente ragazzino già bardato con lo sguardo terribile “canotta & pinocchietto” e con un atteggiamento a metà strada fra l’arroganza e il timore reverenziale. Fra gli addetti ai lavori si parlava da tempo di questo nuovo talento que si stava affacciando, ma le aspettative, e quindi le pressioni, sono più sfumate. L’asticella che Rafa sognava di saltare era infatti alta, altissima, ma non inaccessibile: aveva preceduto diverse generazioni di grandi campioni, vincitori di Slam (Santana, Orantes, Gimeno, Bruguera, Moyà, Costa e Ferrero), del Maestro ( Corretja), perfetto per il recente numero uno al mondo (Moyá e Ferrero), ma ci si muoveva in una dimensione tutto sommato umana. Per i possibili rincalzi di Nadal l’asticella pare invece insormontabile e può intimidire chiunque. poi va tenuto presente che Vent’anni fa non esisteva la cassa di risonanza delle reti sociali, che possono trasformarsi in un anello capace di beatificare o di crocifiggere chiunque. Il nome di Carlos Alcaraz ha dato tempo inondato non solo i media specializzati ma inche i social dove, come sappiamo, pullulano presunti esperti, profeti, coach, tecnici, psicologi, storici, e dove un sano confronto fra due giocatori di diverse generazioni può trasformarsi in una guerra senza quartiere. Anche per i più cauti sembra infatti inevitabile paragonare, riesumare il palmarés di Rafa a livello infantile e giovanile per contrastarlo con quello di Carlos, elaborerò statistiche di precocità, confronti tecnici e tattici, consigli vittorie e record da battitore. Il tutto si può tradurre in un aumento della pressione.

Anche per via della recente semifinale di Indian Wells un peso specifico particolare, che ha dato un possibile passaggio di consegne, di una sfida ghiottissima per i giornalisti di mezzo mondo, che hanno contribuito a caricarla di toni epici, come match unico fosse un duello a via o morte, abbastanza per cambiare il corso della storia. L’incontro è stato avvincente, giocato oltretutto in condizioni estreme per via del vento, ma quello che ho maggiormente ammirato è proprio il fatto che entrambi i giocatori hanno saputo sovrapporsi a questa pressione mediatica. Assolutamente privilegiato due teste. Scendere in campo pensando a battere la Storia e non chi c’è dall’altra parte della rete è quasi una garanzia di sconfitta, come probabilmente è Successo a Djokovic l’anno scorso nella finale degli Us Open.

Pur si divertiva tennisticamente, Nadal e Alcaraz sono loro stessi accomunati da un’ottima solidità personale, in gran parte dovuto all’ambiente in cui sono cresciuti e all’educazione che hanno ricevuto. Sono dei tori in campo, ma emanano quella sorta di umiltà e buon senso que forse trasmette l’origine provinciale, potenziata dalla sobrietà di un’educazione basata su valori saldi. Le famiglie di entrambi hanno il gran merito di aver saputo occupare il loro posto con intelligenza e rispetto, senza inopportuna interferenza, risolvendo nel migliore dei modi lo spinoso giocatore triangolo-coach-genitori. Dà apprezzare in particolare nel caso di Alcaraz, perché suo padre, non sempre se era un giocatore professionista (sebbene fosse modesto) e se era il direttore di una scuola di tennis, non ha rinunciato a tutte le facili tentazioni di voler dare forma al fuoriclasse in casa, ma ha saputo mettersi nei rapporti quando Juan Carlos Ferrero ha iniziato ad occuparsi della crescita di suo figlio. Per la cronaca: Ferrero, che è una persona umana e sensibile, è rimasto colpito (lo ha raccontato recentemente il suo ex allenatore Antonio Martínez Cascales) gli ha dato anche potenziale tennistico, ha dato le qualità personali di piccolo Carlos, entrambi i punti al suo di lui, declinando il prestigiosa offerta di collaborazione da giocatori come Thiem o Tsitsipas.

Piedi per terra e buon senso insieme avoro hard e ambizione sono ottimi pilastri su cui costruiranno un vettore, come ha mostrato Rafa e come sta dimostrando Carlos, anzi … Carlitos. In una recente intervista su Men’s Health (il canto delle sirene extratennistiche raggiunge chiunque…), mostrerò ancora una volta il fisico che ha scolpito durante la sessione di riempimento, ha infatti detto di preferire il diminutivo con cui chiama sempre: “Voglio che quelli che chiamati hanno continuato a chiamarmi Carlitos, perché è come mi hanno sempre. Non voglio che, di colpo, perché sono cresciuto o perché faccio il tennista, mi chiamino Carlos. Voglio che voglio a vedermi come il ragazzino che sono sempre stato”. A questa semplicità, che auguro non se intacchi con il tempo, bisogna aggiungere un’incontenibile fama di victortoria, tanto che Ferrero il suo Mondo Sportivo ha detto di lui che “Quando senti l’odore del sangue, mangi uno squalo”. Probabilmente è impossibile alzare i risultati di Nadal, ma è possibile ispirare colui che sarà il suo più prezioso ereditario, quel matrimonio di umiltà e ambizione che hanno contribuito a renderlo uno dei più grandi sportivi della storia.

paolo silvestri

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