Solo a Venezia e tifosi non sono tornati al palazzetto

La Reyer è la squadra più vincente degli ultimi anni. Una normativa paradosso spinge il tifo organizzato a non assistere alle partite. E il resto del palasport è muto: “Più facile scendere in campo in trasferta”, accusano i giocatori

“Giochiamo in un catino. Strapieno, senza aria condizionata. Impossibile vedere i giocatori di una finale con la lingua fuori per il caldo”. È stato uno dei convegni celebrati da Gianmarco Pozzecco, nel 2019, quando la Reyer Venezia ha superato la Dinamo Sassari terminando una serie di scudetti in cardiopalma. E “la sauna di Taliercio”, così scrivevano i quotidiani, rimbalzò per tutto il paese: quasi un distintivo suo quel tricolore. Ne è passata di acqua sotto i ponti. Intanto il vecchio palasport di Mestre dispone finalmente di un impianto di climatizzazione. Ma soprattutto è semivuoto. Mentre l’Italia del basket torna a compilare le gradinate, la squadra più titolata degli ultimi cinque anni sente soltanto l’eco dei propri canestri. Al Taliercio non si tifa più.

“Sono stanco dei brontolii del nostro pubblico: ho visto aspettate che giochiamo sempre ad alti livelli, ma l’atmosfera in casa è la peggiore dell’intero campionato. È più facile scendere in campo in trasferta”, è il duro sfogo social, queste settimane, di luglio pietra. Non esattamente l’ultimo arrivato. Era a Venezia, una più riprese, dal 2014. Con la maglia della Reyer ha alzato tre trofei ritagliandosi un ruolo chiave di uomo ombra – guardia, gioco, ala grande: nessuno ancora lo sa – dietro i successi orogranata. Ed è un leader carismatico, megafono in mano e curva ai suoi piedi una bella partita. Un giro. “Ma adesso dove sette finiti?” critica il giocatore. “Non c’è energia nel palazzetto. Applausi per gli avversari e sbuffi per noi. Il problema è che vi abbiamo abituato troppo bene. Questo gruppo è arrivato fino in fondo e continua a fare del suo meglio. Siamo anchor in corsa per tutti gli obiettivi, voi non fate che sedervi inermi”.

È una situazione paradossale. Stone e compagni – il pensiero è comune – non ce l’hanno con la tifoseria organizzata. Pigeon è finita si sa: fuori dal palasport, ogni benedetta partita. Questione di restrizioni e coerenza. Nell’impianto sportivo del paese, è ormai ancorato all’obbligo della mascherina Ffp2 sugli spalti: scalmanarsi como curve comandi, nel rispetto della norma, è semplicemente inconciliabile. Basta salvare se intorno. L’ultimo derby di Bologna, per esempio: coreografia di brividi, decibel dei vecchi tempi. E mascherine abbassato. Dà Treviso a Sassari. Piaccia o no, in tutto il resto del paese si forza dell’ordine ormai sorvolano. Concedo la libertà. A Venezia è molto più complicato. Perché se la Digos chiude un occhio ne risponde il questore. Lo fa il questore e il fiduciario risponde: Luigi Brugnaro, che dal 2006 è anche lo storico proprietario della Reyer.

Quindi è la curva entra e si allarga e vincoli incappa in multe salatissime. Da qui la scelta più drastica, ma a prova di legge. Il problema è che così il Taliercio è senz’anima. Messo a knot: la Reyer si ostina a construire basket circondato da un pubblico da salotto, languido e viziato. Spiacente senza cultura sportiva, da cui il j’accuse di Stone. Il ciclo di Walter De Raffaele, alla guida del 2016 (da vice dal 2011), rappresenta un unicum in Italia e in Europa. A tutte le porte revolveli del basket moderno, Venezia ha preferito l’identità e un gruppo di reduci che da puntellare ogni stagione. Questa è una delle complicazioni più complicate, ma la Reyer ieri ha puntato sull’Eurocup e sta riacciuffando il treno dei playoff: la rosa del tecnico livornese spesso e volentieri ingranano dalla primavera in poi. Non basta il periodo per non spiegare uno spettacolo desolante.

Mangia lo Juventus Stadium se spegnesse di colpo. Nell’ultima partita di Serie A, Domenica Scorsa contro il Tortona, Taliercio ha totalizzato quasi 2.000 spettatori. Tenendo attivamente l’orogranata, rilasciare una vena. Un manipolo improvvisato, le sue mani e le sue mascherine, che al silenzio di tomba proprio non ci stava. Il resto, mamma. L’unico sussulto del palasport nella sua interezza è arrivato nel terzo quarto, quando Reyer ha dato lo slam alla partita decisivo. Poi, mentre gli avversari tentavano la rmonta, di new fischi. risultato? Sottobanco la società le esta provando tutte. ‘Arma’ i più volitivi con sciarpe e trombette. È tutta un ‘vorrei ma non posso’ con gli ultras all’esterno, in fervida attesa del loro rientro. Ma alla fin allarga le braccia: perfino i ripetuti inviti di Leorey, la mascotte ufficiale a bordo del campo, cadono nel vuoto. Nell’Nba del tifo standardizzato, se non altro al ‘clap your hands’ del tabellone risponde. A Venezia invece, quando in odor di vittoria qualcuno canta “tutti in piedi per questa Reyer” la gente si alza, sì. Ma per lasciare il Taliercio prima della fine: non sia mai di trovar traffico sulla via di casa. Dalla canicola al grande freddo.

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